La storia

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Palazzo Trivulzio

Le vicende del Palazzo Trivulzio, la principale realtà monumentale laica di Melzo, sono legate alla grande casata milanese che resse il borgo per circa due secoli, a partire dalla fine del Quattrocento e fino alla morte senza eredi, nel 1678, del suo ultimo signore.

La prima notizia certa dell’esistenza di un castello nel borgo medioevale risale all’anno 1278: un documento racconta che i ghibellini – avversari dei Della Torre, o Torriani, signori di Milano – occuparono la piccola fortezza melzese durante uno dei numerosi scontri per il controllo del ducato. Nel piccolo abitato melzese, dunque, esisteva già in quegli anni un piccolo castelletto eretto per scopi militari, una costruzione – dotata di una torre di guardia a pianta quadrata – molto più piccola di quella attuale, e che sorgeva a nord del borgo, appena fuori dalle mura settentrionali.

Oltre un secolo dopo, nel 1412, il borgo di Melzo viene dato in feudo da Filippo Maria Visconti a Vincenzo Marliani e dopo di lui, per l’intero quindicesimo secolo, passerà ad altri uomini d’arme al servizio dei vari signori. 

Dell’antico palazzo si conosce assai poco, del suo impianto primitivo oggi rimangono solo gli archi a sesto acuto della corte principale oltre alla torre che si eleva sul fianco sinistro della costruzione. È del tutto probabile che in questo lungo periodo la sua struttura, ormai inserita dentro l’abitato dopo l’ampliamento delle mura, sia rimasta sostanzialmente inalterata.

Il 6 settembre 1499 Gian Giacomo Trivulzio, comandante dell’esercito francese, alleandosi coi veneziani costringe alla resa Ludovico il Moro, conquista Milano ed ottiene in premio dal re di Francia il feudo di Melzo come ricompensa. Gian Giacomo soggiorna nel piccolo castello del quale è divenuto signore solo per pochi giorni, quindi lo affida a Giorgio, figlio di suo fratello Gian Fermo.

Negli anni seguenti i Trivulzio perdono e riacquistano il feudo più volte, fino a quando, nel 1532, Gian Fermo II ottiene la signoria di Gorgonzola mentre quella di Melzo è assegnata a suo cugino Alessandro. Nel castello si stabilisce poi suo fratello Gian Giacomo Teodoro I, che vi resta fino alla morte nel 1577.Per opera sua, ma soprattutto per iniziativa di sua moglie Laura Gonzaga, verso la metà del Cinquecento il Castello comincia a trasformarsi. Nella seconda metà del Secolo XVI al nucleo iniziale del fabbricato – costituito dai nuclei settentrionale ed orientale, dalla torre e dallo scalone – si aggiunge il nuovo corpo ovest, mentre un secondo palazzo acquistato da Laura ne diviene il corpo sud. Quello che d’ora in poi tutti chiameranno Palazzo Trivulzio si sviluppa quindi attraverso l’adattamento e l’accorpamento dell’antica fortezza melzese con organismi contigui, seguendo una prassi che vede in quel secolo altri esempi analoghi.

I miglioramenti decisivi al Palazzo però saranno opera del nipote Gian Giacomo Teodoro II, o più brevemente Teodoro, il futuro, celebre e potente Cardinal Trivulzio, che a partire dal 1605 ricongiunge nelle proprie mani l’antico feudo ottenendo il possesso di Gorgonzola e di altre terre.

La prima occasione dei rifacimenti è il suo matrimonio con la giovane erede dei Principi di Monaco, che morirà di parto dopo pochi anni, ma i lavori, fino alla trasformazione complessiva del Palazzo, continueranno fino agli anni Quaranta. Il progetto è affidato dal Principe Teodoro alla sicura competenza di Fabio Mangone, uno dei nomi più celebri dell’architettura milanese del primo Seicento, impegnato nei più importanti cantieri cittadini dell’epoca, dalla Biblioteca Ambrosiana all’Ospedale Maggiore alla Fabbrica del Duomo, e che fin dai tempi della contessa Ottavia, nonna del futuro Cardinale, era al costante servizio dei Trivulzio. Con larghezza di mezzi, il Mangone fa affrescare muri e scaloni, apre nuove finestre, eleva i soffitti, aggiunge dipinti ed arredi, fontane, statue, decorazioni preziose. Il giardino si arricchisce di mosaici, di una piccola cappella luogo di preghiera del Cardinale e di un grande labirinto di siepi. Di fronte all’ingresso principale viene realizzato il Circo, una piazzetta semicircolare adornata di statue ad altezza d’uomo. Il nuovo Palazzo diventa un gioiello dell’arte seicentesca, una splendida dimora di rappresentanza che vuole comunicare ai suoi ospiti l’immagine sfarzosa della grande potenza della famiglia.

Morto di peste nel 1629, Fabio Mangone riesce a sovrintendere solo la fase iniziale dei lavori, ma con ogni probabilità, oltre a firmare il progetto, resta sua la scelta degli artisti cui affidare l’arredo dei locali e molte delle opere d’arte da realizzare.

Nei primi anni dell’Ottocento, Alessandro Teodoro Trivulzio pensa di realizzare una parziale trasformazione della facciata dell’edificio, con l’intento di adattarla ai canoni contemporanei. L’incarico è affidato a Giuseppe Pollack, che nel 1806-1807 disegna un progetto imponente d’impostazione neoclassica, che non verrà mai realizzato. Col medesimo intento, Girolamo Trivulzio si rivolge più tardi a Simone Cantoni, i cui disegni sono datati 1810-1811. La proposta del secondo architetto è quella di costruire una nuova torre, da porre all’altra estremità della facciata, ma anche queste intenzioni tramontano.

Da questo momento, con ogni evidenza, il palazzo è ormai un peso per la famiglia e nel 1839 l’ultima proprietaria nobile, la celebre Cristina Belgiojoso Trivulzio, decide di venderlo a un commerciante locale. Nello stesso anno diverse botteghe prendono il posto delle scuderie, della portineria e della gabbia dello scalone. Nuove stanze sono ricavate sopra le botteghe, con la divisione dell’altezza in due e la conseguente rovina degli affreschi. Anche parte dei porticati interni si demoliscono negli stessi anni.

Nel 1860 tre aziende tessili installano nel palazzo, in locali presi in affitto, una sessantina di telai rimuovendo le preziose suppellettili che decoravano la splendida dimora, oltre a far scomparire sotto strati di calce i dipinti delle sale principali.

Nel gennaio 1886 l’ormai ex Palazzo Trivulzio viene acquistato dal Comune per adibirlo a sede delle scuole elementari e dell’asilo infantile ed in tale occasione, nella generale indifferenza, avviene il quasi definitivo scempio di quello che era stato, due secoli prima, il gioiello architettonico del Cardinale Gian Giacomo Teodoro. Successivamente nel corso del XX secolo alle spalle della facciata principale viene realizzata una sala cinematografica che toglie all’edificio le ultime strutture originarie.

Nel 1987-1989 l’amministrazione comunale finalmente può realizzare un intervento di recupero edilizio. Esso consente il parziale recupero dell’originaria struttura, e insieme la riscoperta almeno parziale del patrimonio pittorico antico. Sotto i numerosi strati di calce, verniciature e tinteggiature a tempera, sotto le stuccature e gli strati di cemento, emergono importanti residui pittorici, oltre a lacerti e frammenti di una decorazione murale eseguita ad affresco.